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Parrocchia di Ghilarza |
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Statua dell'Immacolata |
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Cenni storici
La documentazione più antica che abbiamo, riguardo le chiese di Ghilarza, risale al 1160 grazie alle schede di "Su Condaghe di S. Maria di Bonarcado” che parlano di un possesso vescovile (domo; omo),ovvero una sorta di fattoria, dove i servi che vi lavoravano venivano venduti o donati come oggetti; ad esempio il giudice Barisone I dona degli schiavi come ex voto alla Madonna di Bonarcado con questa formula: ”Dono questi servi per la salvezza della mia anima e perché abbia bravi figli”. Il possesso in questione è chiamato nel documento Santu Paraminu e si identifica con la chiesa di Sancti Parmezi citata, insieme a quella di S. Maria di Gilarce, nell’epistola 481 che il Papa Onorio III scrive nel 1224 all’arcivescovo arborense Torchitorio per ridonarli alcuni possessi che gli erano stati sottratti.
San Giorgio: antica parrocchiale?

Alcuni dati riferiscono di San Giorgio come Chiesa Parrocchiale.
Le prove certe di datazione di cui si parlava sopra si devono ad un ritrovamento effettuato il 29 dicembre 1887 durante la demolizione dell’antico altare di San Giorgio, alla presenza del Vicario Salvatore Marras e dei viceparroci Michele Licheri e Giuseppe Oppo, i quali ritrovarono un astuccio metallico contenente una piccola pergamena vergata in lingua sardo logudorese. Questa venne decifrata in quegli stessi anni dal paleografo prof. Carlo Cipolla, docente di Storia all’Università di Torino. La pergamena, che oggi è custodita nella Parrocchia di Ghilarza, si esprime in questi termini:
est consercrada s’altari de Sanctu Giorgi
et de Santus Spiritu et de Sanctu P.
et consecradulla(consecrada) Episcopo Hiohanni Lorum”
Alcuni interpretano Sanctu P. come Sanctu Palmeri mentre senza dubbio la P. sta ad indicare Petrus, segno dell’ appartenenza alla chiesa di Roma.. Abbiamo quindi una data certa nelle vicende storiche della Parrocchiale di San Giorgio, 30 maggio 1390. Riferendoci però ai dati contenuti sia nel Condaghe di S.Maria di Bonarcado sia nell’epistola di Onorio III , sorge il sospetto che o San Giorgio abbia una storia non certificata prima del 1390, oppure vi fosse in Ghilarza una precedente Chiesa Parrocchiale di cui si sono perse le tracce. Questo sospetto è avvallato dagli studi di un noto storiografo, Giorgio Farris, il quale in alcuni sopralluoghi in San Giorgio ha analizzato le antiche strutture rimaneggiate ed aggiunte ritenendo che la Chiesa, per alcuni peculiari aspetti possieda chiare caratteristiche bizantine e quindi il suo impianto primitivo ha indubbiamente origini che possono partire dal V fino all’XIII sec..
Il culto stesso è orientale e si riferisce alla chiesa greca, come la maggior parte delle chiese ghilarzesi dislocate nei dintorni. La tribuna o (Abside), ora priva della sua “monofora”, è perfettamente bizantina e indica il suo ufficio di “Prothesis” e “Diaconikos”.
Lo stesso Farris poi, avvalendosi della sua specifica conoscenza del Paleocristiano, avanza l’ipotesi che la Chiesa di San Giorgio sia sorta dove vi era un martyria, cioè una “memoria” o sepoltura di martiri. Dello stesso avviso è anche il Licheri, storiografo ghilarzese, che non si dà pace nel cercare di stabilire l’esatta ubicazione di una cappella contenente le spoglie dei martiri “Piedisio” e “Lario” (per altre fonti “Edizio” e “Cerion”, “Edicio” e “Ceriolu” o “ Piedicio”), una possibilità di ubicazione è appunto il San Giorgio .
A riguardo il canonico Ghilarzese riporta la traduzione letteraria dallo spagnolo di un documento trovato a Sassari, fatta nell’800 dall’archeologo Spano, il quale traduce: “Ghilarza – i Santi Piedisio e Curio , che convertiti da S. Efisio furono uccisi colla spada e stanno sepolti nella Cappella della Monticela Anno 306”.
Un secondo brano spagnolo, riportato sempre dal Licheri, porta la seguente notizia: “ in Ghilarza e nella Villa, la deposizione di due Santi martiri Edicio e Ceriolu ( Periolu), convertiti alla fede di Cristo per la confessione di S:. Efisio, e furono dal medesimo santo battezzati, e martirizzati sotto l’Impero di Diocleziano. Stanno seppelliti nella cappella della Vergine del Monte. Anno 306”.
Un terzo documento spagnolo trovato ad Oristano e tradotto nell’800 dal Cancelliere Arcivescovile di Oristano, il dottore in Legge Canonico Agostino Poddighe, dice testualmente : “ Ghilarza. In questa Villa la deposizione di due santi martiri chiamati Edizio e Cerion convertiti alla fede dalla predicazione di S. Efisio e battezzati dal medesimo. Soffrirono gravi e molti tormenti, e alla fine furono decapitati. Stanno sepolti nella Cappella del Monte. Anno306”.
Da questi documenti, di cui purtroppo non è rimasto niente, appare chiaro che nell’anno 306 trovarono sepoltura in Ghilarza nella Cappella del Monte i due martiri menzionati, se pur con nomi differenti. Non si è riusciti a scoprire, per mancanza di precisi elementi l’ubicazione della Cappella. che trattandosi di una sepoltura di martiri doveva essere certamente un “martyria” sostituito poi con la dizione Cappella del Monte.
Considerando poi che gli antichi rioni di San Giorgio e Pantaleo si trovano a ridosso della Valle di “Chenale” si potrebbe azzardare l’ipotesi che la Chiesa di San Giorgio, posta sopra la valle, sulla cresta di un poggio roccioso, abbia avuto nel passato più arcaico la denominazione di “Cappella del Monte”, e successivamente nel V sec. l’ingrandimento e la intitolazione a San Giorgio a seguito del diffondersi del culto orientale in Sardegna quando questa divenne una delle sette provincie della Prefettura dell’Africa Bizantina.
Parrocchia Maria Vergine Immacolata

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San Macario |
Successivamente, nel 1533 , i ghilarzesi costruirono un’altra chiesa da adibire a parrocchiale , sita dove sorge quella attuale. Le dimensioni della vecchia chiesa, intitolata a San Macario Abate erano simili all’attuale ad eccezione della larghezza, inferiore di circa un metro. Il suo impianto era a navata unica con cappelle laterali, nel lato settentrionale però, un vano risultava eccentrico dando alla chiesa " un disegno a croce mancante di un braccio "ma, al di fuor, di questo particolare, la chiesa seguiva uno schema che , importato in Sardegna dalla Catalogna, era diffuso nel Cinquecento soprattutto nella parte centrale e settentrionale dell'isola. Questo schema suggeriva un'unica navata con copertura lignea sorretta da grandi archi, ogivali; lungo le pareti, tra un arcone e l’altro, si aprivano delle cappelle coperte da volte a crociera; egualmente con volte a crociera costalata era ricoperta l’abside.
Da questo schema la nostra chiesa si discostava per alcuni particolari che, almeno originariamente, la rendeva molto più semplice e modesta. La facciata era tutta eseguita con cantoni di trachite rossa, gli stessi inseriti tra le colonne nel prospetto della chiesa attuale. Una sottile cornice separava la parte inferiore dalla superiore che, decorata con un rosone molto semplice, terminava con una serie di merli e, nella parte centrale, con un alto timpano triangolare. Elementi questi (i merli della cornice e il rosone), frequenti in chiese vicine, costruite nello stesso periodo, come le parrocchiali di Atzara e di Nughedu S.Vittoria.
Nella parte inferiore, un portale e ai lati piccole finestre aperte in epoca successiva. Gli stipiti del portale erano ornati da due colonne finemente scolpite coi motivi cari al Rinascimento: ghirlande che incorniciavano dei medaglioni con le effigi del sovrano del tempo:Carlo V ed Isabella di Portogallo; così almeno sono stati interpretati dall’archeologo Giovanni Spano.
Sul portale, in maniera anacronistica si articolava un arco di scarico piuttosto alto, di gusto romanico, forse inserito per suggestione del prospetto della vicina chiesa di S. Palmerio: ma anche il taglio, se non i rapporti, di tutta la facciata sembrava ricordare quello delle vecchie chiese medievali.
Le campane
Di fianco si elevava la torre campanaria, la stessa che noi oggi possiamo vedere, infatti solo la cupoletta terminale fu rifatta nel Settecento.
Le quattro campane della torre recano queste iscrizioni:
1. Sancte Joannes Baptista -ora pro nobis - anno 1480 sumpitibus populi procuratore rosari Joannes Batista Falcone
2. Sumptibus ecch-ie Sancti Macharii abbatis -ora pro nobis orare debet protore ubit Effio De Montis Arfice Joanne -Basilio Ates Cuilarca Anno 1601
3. S. Macari defende nos in hora mortis nostre.ANO DOMINI 1727 OPIDI GILARZA
4. Die XXIV Martii 1926 parrocho teologo Beniamin Zucca - Mariae Immaculatae dicatu -. us Giorgius Delrio Archiep consecravit.
La struttura e le finestre della torre campanaria, dal sesto molto rialzato, collocano la costruzione nella metà del Cinquecento coerentemente alla facciata e alla data che si leggeva sull'architrave della porta. Tale data - 1533 - indica certamente l'anno in cui fu eseguita la facciata; comunque la chiesa era già ultimata nel 1558 quando fu presentata al Re di Spagna e di Sardegna Filippo II una petizione per trasferire la sede vescovile, da Santa Giusta a Ghilarza, nell’archivio parrocchiale è conservato il documento con cui , nel 1586,il re rispose alla petizione. In quest’ultima si fa presente che mentre la sede di S. Giusta era disagevole perché periferica rispetto agli altri centri della diocesi, malsana perché confinante con gli stagni, ”ristretta” perché contava appena sessanta o settanta case, Ghilarza invece, villaggio di Sua Maestà situato nel centro di tutto il detto Vescovado, villaggio principale ed avente forse più di cinquecento case con alloggio vescovile e con una chiesa principale sotto l'invocazione di S. Macario con molte cappelle, campanile con molte campane e con molti altri particolari e generali arredi- ed ornamenti e nel quale potrebbero comodamente vivere risiedere il detto vescovo, l'arciprete ed i canonici dello stesso Vescovado……..”. Questa descrizione potrebbe indurre a credere che la chiesa non fosse poi tanto indecorosa se veniva proposta come sede del vescovo. Il Licheri scrive che propria a tal fine la chiesa venne ideata e costruita. E' da ritenere, invece, che la chiesa si rese necessaria per le dimensioni raggiunte dall’abitato e per il fatto che il paese era andato estendendosi ad Est, proprio intorno a quella antica piccola chiesa di S. Maria Maggiore cui fa cenno l’epistola papale succitata del 11 giugno 1224. Questa chiesa con molta verosimiglianza venne incorporata nella costruzione del 1533.
Nella schema planimetrico, al quale si informano molte delle chiese costruite nel Cinquecento, sia le cappelle laterali, sia il presbiterio venivano ricoperte di volta a crociera costolata.
Quelle della chiesa di San Macario Abate, invece avevano tutte copertura lignea. Sappiamo con certezza che le tre cappelle del presbiterio: la centrale detta “capilla maior” le laterali dedicate alla Madonna della Neve , quella di sinistra, a S. Macario quella di destra, ebbero volta a crociera solo nella seconda metà del Settecento più di 200 anni dopo la costruzione della chiesa. In tale occasione sopra la cappella maggiore si innalzò una piccola cupola su archi e tamburo ottagono del tipo diffusa in quel secolo nelle chiese della Sardegna.
Non sappiamo invece quando furono voltate le cappelle che si aprivano lungo i lati della navata certamente lo furono in momenti diversi perché risultavano disuguali e per altezza e per dimensioni.
D'altra parte la decorazione di queste cappelle (di cui alcuni elementi furono inseriti nel 1899 nella parte esterna del porticato di casa Badalotti) indica nel modellato poco morbido, quasi ligneo, un’epoca molto tarda.
A sinistra dell’ingresso principale si aprivano le cappelle dedicate a S. Giovanni Battista ( vi era il vecchio fonte battesimale in pietra e l’accesso interno al campanile) seguiva la cappella del Rimedio e, accanto a questa, la cappella di N. S. d'Itria che aveva anche altre intitolazioni come quella del Rosario e della Vergine Addolorata. A destra la prima cappella era dedicata a S. Sebastiano e nel Settecento fu sistemato qui un nuovo fonte battesimale. La seconda cappella era quella di San Francesco ,la terza quella di S. Luigi. Queste ultime due non furono mai voltate e mantennero fino al 1873 il tetto in legno.
Il pavimento della chiesa era costituito da lastre di trachite e poiché nella chiesa seppellivano i defunti erano visibili le lastre che tali tombe ricoprivano, i sacerdoti invece venivano sepolti nel presbiterio.
Le cappelle risultavano tutte dotate di ancone o retabli cioè di tavole dipinte poste sull'altare. Ogni cappella, verso la navata era chiusa da balaustrate in legno; persino il pulpito ed il fonte battesimale avevano la loro balaustrata.
Nel coro vi erano stalli di noce, un organo ed otto quadri raffiguranti gli apostoli.
Nella parete prospiciente la navata stava la statua della Immacolata recentemente restaurata e collocata nella stessa nicchia che l'aveva ospitata per secoli.
L'altare maggiore era in legno. Nel 1770 nella parte anteriore fu posto un pannello con incisi foglie, frutta, uccelli a imitazione dei preziosi broccati allora di moda e per renderlo più verosimile alla stoffa, fu dipinto e lumeggiato d'oro dal maestro Gavino Gigante di Sassari, artista in quegli anni famoso. Nel 1817 il presbiterio fu rinnovato da Domenico Franco che, insieme al fratello Santino, teneva bottega a Cagliari nel quartiere della Marina; essi eseguirono tra l'altro a Tuili un ricchissimo altare con marmi policromi considerato una dei più interessanti altari rococò dell'Isola.
Opere pregevoli
Nella chiesa si trovano parecchie opere di notevole pregio artistico e molto antiche:
Ø La statua in legno intagliato e policromato, che raffigura la Madonna Immacolata, in atteggiamento di preghiera, a mani giunte e a capo chino, quasi in atto di guidare i fedeli. Ricoperta da un manto a fondo verde e fiorami dorati, su veste a fondo rosso e pari ornamentazione la statua è attribuibile, come epoca, al XVII secolo ed è opera, presumibilmente, di intagliatore locale. Ormai restaurata grazie alla totale contribuzione dei fedeli, senza alcun intervento pubblico, è ricollocata nella nicchia della parete dietro l’altare maggiore.
Ø La statua di S. Macario, anch’essa in legno intagliato e policromato. In veste verde a fiorami dorati e manto egualmente ornato con fodera a spighe. Il capo è aureolato con disco d’argento traforato e ageminato. Il Santo è raffigurato in atto di reggere con la destra un libro e con la sinistra un bacolo. Tale statua è opera di intagliatore locale o, forse, di scuola napoletana e risale al XVII secolo. Si trova in una nicchia, nella terza cappella, a destra della navata.
Ø C’è anche, nell’oratorio della “Neve”, un piccolo gruppo statuario, pure esso in legno intagliato e policromato, raffigurante S. Raffaele e Tobia figlio. L’arcangelo indossa un veste verde, mantellina blu e manto azzurro; dietro le spalle ha due grandi ali varicolori. E’ in atto di indicare il pesce a Tobia; e questi sta, inginocchiato, in veste di popolano. Tra le due figure è collocato il cane di Tobia. L’opera è attribuibile a G.A. Lonis (Secolo XVIII) o alla sua scuola.
Arredi e oggetti sacri
Tra gli oggetti sacri, di cui è dotata la parrocchia, degno di nota è il bellissimo
ostensorio in argento dorato, sbalzato e cesellato, con piede polilobato, ornato in due parti dai monogrammi “IHS” “XPS” in caratteri gotici. È retto da un fusto con nodo a foggia di tempietto, a pianta esagonale, con mostra di uguale pianta, con cornici ad archi inflessi, contrafforti e pilastrini. Ai due lati, poggianti sopra due sostegni ricurvi, sono due angeli, di cui uno con mannello di spighe e l’altro con grappoli d’uva. Risale al secolo XV, è in stile gotico-catalano, di bottega cagliaritana.
Molto interessanti sono altri due pezzi di oreficeria sacra:
una custodia d’argento dorato, della fine del secolo XVI, di gusto spagnolo;
una elegante croce processionale, una delle migliori conservate nell’isola, d’argento, in parte dorata, datata 1609. Quest’ultima ha una lunga iscrizione in catalano, una delle più antiche presenti in Sardegna:
EN.LO.ANI.MDC.VIII. EN. I. O. MES. DE. MAIG/. SES. PETA. LA.
PresenT. CREV. EN. LAVILA. DE. GVILARSA/FETA. PER IAIME MAnCA. ARGEnter. De La SIVT. De CAler/FETA. DE CARITAT. QVE. ADEXAT. LA Q°. IOHANA. MAnCA/HIESTARA. HONRA. IGLORIA. DE Sant. MACARRIO/N°S°. HI. DE.ESENT ÀRCHIBISBA. DE ARBorea. LO. Illustrissimo. I.. Reverendissimo S.D° ANTonio CANOPVLO.
Traduzione
“Nell’anno 1608 nel mese di maggio è stata fatta la presente croce nella villa di Guilarsa fatta da Jaime Manca argentiere della città di Cagliari fatta (di elemosine) di carità offerte dalla defunta Giovanna Manca in onore e gloria di San Macario e di Nostro Signore e dell’Arcivescovo di Arborea l’illustrissimo e reverendissimo Signor Don Antonio Canopulo”
Infine nella sacrestia vi è un’interessante tavola dipinta,