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Parrocchia di Ghilarza |
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Oltre la chiesa parrocchiale, e la già citata chiesa di San Giorgio, sono presenti all’interno del centro abitato di Ghilarza altre quattro chiese, intitolate a:
Ø San Palmerio
Ø La Madonna del Carmelo
Ø Santa Lucia
Ø Sant’Antioco
Anch’esse sono fonte di notevole interesse per la storia socio-religiosa della nostra parrocchia e sono tuttora officiate in occasione delle feste liturgiche dei santi a cui sono dedicate.
San Palmerio

La chiesa di San Palmerio fu costruita nel primo quarto del secolo XIII, a poca distanza dalla monumentale torre aragonese, su un’altra preesistente di dimensioni più modeste, probabilmente un martiryum, sorto sulla tomba del martire Palmerio. La troviamo menzionata già nel condaghe di Santa Maria di Bonarcado (1220-1263) come chiesa di notevole importanza dedicata a Santu Paraminu, versione precedente del nome Palmerio
La chiesa venne costruita da maestranze itineranti, di educazione pisana, che dalla Sardegna settentrionale si erano spostate verso il. Campidano di Oristano, fermandosi a Ghilarza.
La costruzione è formata da un'aula di m. 10.25 x 5.25, chiusa ad oriente da un'abside semicircolare.La facciata, come i fianchi, in conci di basalto alternati a trachite chiara, è divisa in tre scomparti da sottili lesene su cui s’impostano degli archi. Sopra l’architrave l’arco di scarico racchiude una croce di trachite rossa. Le fiancate sono decorate da archetti pensili a doppia ghiera.
Nel lato sud si notano due fregi figurati molto interessanti: Il primo rappresenta una persona che sembrerebbe inginocchiata, la seconda un guerriero supino con una fascia at traverso il petto e privo di una gamba. Questo particolare potrebbe indicare il Santo in memoria del quale veniva costruita la chiesa; secondo un'antica usanza, infatti, ai martiri
venivano spezzate le gambe.
Un'altra figura, infine, si può osservare tra gli archetti del retro-prospetto, in atto di preghiera con le braccia sollevate.
Internamente la chiesa, ricoperta da capriate a vista, era illuminata da quattro monofore strombate. Infine un arco, egualmente a conci alternati chiari e scuri immetteva nell'abside.
La chiesa fino a tutto,il Trecento mantenne la sua funzione di centro di vita religiosa e civile del paese ma le vicende politiche che travolsero, nel secolo seguente, il Giudicato di Arborea la toccarono anche se non direttamente. Per due secoli non abbiamo di essa alcuna notizia.
Nel Seicento divenne sede della Confraternita del Rosario, una Confraternita molto potente che godeva di particolari prerogative, amministrava il ricco patrimonio.della chiesa, disponeva ad arbitrio delle sue rendite ignorando talvolta le direttive degli amministratori diocesani.
La chiesa perse allora la sua intitolazione originaria e fu chiamata chiesa del Rosario. Fu costruito un nuovo altare di legno dorato con tre scomparti e in quello centrale si sistemò la statua della Madonna relegando quella di S. Palmerio in una nicchia fatta costruire appositamente.
Iniziarono allora le modifiche che dovevano alterare l'aspetto della chiesa: la prima riguardò il campanile a vela, in origine di eleganti proporzioni, ingabbiato poi in una cornice di conci che lo appesantisce di molto.
Furono murate le monofore per impedire che le correnti d'aria nuocessero ai fedeli e, poiché la chiesa risultava scura, fu ampliata fino a distruggerne le forme originarie, la luce che sopra l’arco di scarico della facciata illuminava l’interno; l’apertura a forma di croce fu, infatti, dall’arcivescovo Cusani fatta allargare e gli fu data allora una forma semicircolare.
Nella facciata furono poi appoggiati due sedili in pietra che diminuirono lo slancio delle lunghe lesene.
La Confraternita del Rosario promosse il culto di molti santi ed in particolare di Sant’Antonio Abate e di San Giuseppe, in onore dei quali, tra la fine del Seicento e la prima metà del settecento costruì, vicino al presbiterio due cappelle che alterarono l’aspetto della chiesa dandole l’insolita forma a croce latina.
Nel 1798 si demolì l’abside romanica e al suo posto fu costruito un nuovo vano ricoperto di volta a botte che fungeva da coro e insieme da sagrestia e dove di solito si radunavano gli uomini per le funzioni.
Durante una delle sue visite pastorali , l’arcivescovo Sisternes notò che dall’altare era possibile vedere tutto ciò che avveniva all’interno del nuovo coro e per evitare che il pubblico e lo stesso celebrante si distraessero, ordinò che se ne costruisse uno nuovo; lo eseguì nel 1844 un artigiano di Bosa in pietra e stucco di dimensioni tali che a guisa di parete divideva la navata dal coro. Esso se ben rispondeva agli intendimenti del prelato non ebbe, però, unanime consenso per le sue dimensioni sproporzionate come rilevava lo stesso canonico Licheri che lo definiva “di forma assai pesante” . Fu rimosso pertanto il vecchio altare e fu ceduto alla chiesa della Mercede di Norbello.
I recenti restauri hanno inteso ridare alla chiesa, per quanto è possibile, l’aspetto originario.
È stato riportato alla luce l’antico paramento di cui si è messa in evidenza la perfetta messa in opera dei conci e la particolare tonalità ambrata.
Sono state riaperte le monofore murate e sono state evidenziate due nicchie di cui una di fattura assai elegante.
Particolarmente suggestivo appare l’arco che dava accesso all’abside: a conci alternati chiari e scuri esso si ispira al pittoricismo decorativo pisano diffuso dalle maestranze che lavorarono al San Palmerio. È stato, infine, sostituito l’altare ottocentesco con una mensa in pietra, semplice, essenziale. In complesso si può dire che grazie a questi interventi si può godere tutta la spazialità e l’atmosfera dell’antica chiesa.
Maria Manconi Depalmas, in “Ghilarza”, 17 settembre 1995.
L’8 luglio 1750 avvenne il miracoloso ritrovamento della tomba del santo. Esso fu dovuto alle visioni avute dal ghilarzese Ciccio Mura che in sogno, per ben tre volte, fu informato dallo stesso Santo che la sua tomba si trovava sotto il pavimento della chiesa, nella stessa direzione del bassorilievo che si vede all’interno del 12° archetto, sotto il tetto. Esso, come detto, rappresenta un uomo a mezzo busto con le braccia sollevate.
Era uso, e lo è tuttora, di distendersi per quanto possibile all’interno della tomba di San Palmerio, viso a terra e, in quella posizione chiedere con la preghiera, grazie al Santo.
Un’altra tradizione, è costituita dal pellegrinaggio alla tomba di San Palmerio, da parte delle coppie sposate nell’anno nel paese del marghine di Bortigali, l’unico, oltre Ghilarza, a venerare il Santo in Sardegna.
Oltre alla tomba all’interno della chiesa è alquanto pregevole il quadro di “San Palmerio Guerriero, Solitario e Martire”, il quadro viene attribuito ai francescani e dipinto nella prima metà del sec. XVIII. In esso si può vedere un altopiano montagnoso che ha dietro di sé, alcune colline. San Palmerio, vestito con divisa militare, sta in posizione di preghiera, genuflesso su entrambe le ginocchia. Un angelo, tutto vestito, scende dalle nuvole sospendendo sul capo del Santo una corona di fiori, simbolo delle virtù della vita perfetta. Il cinto e la spada sono posate in terra, a dimostrare come il Santo abbia lasciato le Sue attività terrene per mantenere soltanto quelle della vita religiosa. Lo fiancheggiano, sulla sinistra un frate francescano, sulla destra un frate Cappuccino, simbolo delle due Confraternite che ne avevano conservato il culto e la devozione. Sotto sono rappresentati i Misteri Gloriosi del santo Rosario.
Interessante anche un altro quadro che rappresenta la vecchia piazza di San Palmerio, nel quale ancora si conserva il loggiato, le “botteghe” di San Palmerio dove stazionavano i vari artigiani e commercianti durante la fiera che si svolgeva nel giorno della festa del santo.
Oggi purtroppo non esistono più queste logge, si è però mantenuta forte nel tempo la devozione per il martire Palmerio che il secondo lunedì di luglio richiama fedeli da tutto il circondario di Ghilarza.
Molto suggestiva è la chiesa cosiddetta del Carmelo costruita su un muraglione nuragico e circondata da un’oasi di verde .Questa è metà di fedeli che la possono visitare ogni mercoledì dell’anno.
Notizie d’archivio riportano dati più o meno recenti riferiti ad una visita pastorale effettuata nell 1757 da Mons. Del Carretto , anche se è comunque comprovata l’importanza e antichità del rione dove la chiesa sorge ,cioè quello di Pantaleo, che conserva tracce di presenze romane con monete e altre suppellettili.
Oppo Annamaria, settembre 1999

Le origini del culto di Santa Lucia nella comunità parrocchiale di Ghilarza, rimangono ancora oscure, nonostante le vicende generali della martire siano abbastanza note: sappiamo dalla sua passio, racconto vivace e commovente della suprema testimonianza del martirio, attribuibile al V-VI secolo, che Lucia nacque a Siracusa, dove fu martirizzata, probabilmente nel 304, a causa della sua fede cristiana. Una leggenda, risalente al XII secolo, narra poi che la fanciulla fu sottoposta ad accecamento, ragion per cui, è spesso raffigurata con gli occhi in un piatto ed è comunemente ritenuta patrona della vista corporale. Il suo culto è attestabile in Sicilia già a partire dal V secolo, mentre in Sardegna la sua devozione, promossa dai monaci orientali, doveva essere abbastanza diffusa nel XIII, come testimonia la presenza ricorrente del nome Lukìa nei Condaghi, specialmente in quello di Santa Maria di Bonarcado. Altre notizie possono essere dedotte dalle chiese erette in onore della santa, in molti casi attribuibili, all’alto-medioevo. Nel corso dei secoli, poi ne sono state edificate diverse e oggi se contano 28, sparse per tutta l’isola. Nella Arcidiocesi Arborense, si segnalano per antichità quelle di Senis, Assolo ed appunto Ghilarza ( cfr., A.F.Spada, Storia della Sardegna Cristiana e dei suoi Santi, vol.I, pp.298-300).
Le vicende storiche della chiesa a Lei dedicata in Ghilarza, possono aiutarci a gettare un po’ di luce sullo sviluppo del culto di Lucia nel paese.
Sappiamo dal Licheri, (cfr., M. Licheri, Ghilarza. Note di storia civile ed ecclesiastica, Galizzi, Sassari 1900, pp. 323-328), che la chiesa era precedentemente dedicata a Sant’Andrea Apostolo, e che, successivamente alla dedicazione del altare in suo onore, avvenuta nel 1402, il culto della santa siciliana ha coabitato, benché in “ruolo subalterno” con quello dell’apostolo, che continuava a mantenere il titolo della chiesa. Non si sa poi quando e per quali ragioni il culto di Santa Lucia abbia completamente soppiantato, quello di Sant’Andrea, in ogni modo, al momento in cui il nostro storico scrive, la chiesa è già completamente dedicata alla martire, della quale ha assunto anche il titolo.
Questi cambiamenti potrebbero essere collegati, con l’elezione della santa a patrona dei muratori, che ancora oggi ne curano sia la festa religiosa che civile. Non sappiamo quando la chiesa venne affidata in custodia all’associazione dei muratori, essi infatti, come tramanda sempre il Licheri,(cfr., id.), avevano originariamente in custodia, insieme agli altri artigiani (falegnami, fabbri, sarti e scarpari) la chiesa di San Giorgio, fino a quando nel 1789 questa, per decreto del vescovo Mons. Cusani, venne adibita a cimitero. L’associazione si spostò allora nella chiesa della Maddalena (oggi scomparsa), fino al 1832, anno in cui si trasferì nella Chiesa di Sant’Antioco e proprio qui si sciolse, forse per una divergenza tra gli altri artigiani ed i muratori che desideravano mantenere il culto alla Maddalena, volendole addirittura costruire una nuova chiesa. I modi e i tempi del successivo passaggio alla chiesa di Santa Lucia rimangono ignoti.
Mi pare interessante, però osservare come, anche ad Oristano l’associazione dei muratori fosse sotto la protezione della martire siciliana e come nel 1770 fu affidato ai muratori l’oratorio, eretto in onore della santa, nei pressi della chiesa delle monache cappuccine, dove l’associazione artigiana vi festeggiava appunto la ricorrenza di Santa Lucia e di Sant’Antioco. (cfr., R. Bonu, Oristano nel suo duomo e nelle sue Chiese, cagliari 1973, p.56). Questa potrebbe essere solo una coincidenza, ma merita in ogni caso un approfondimento futuro, soprattutto in rapporto allo studio delle dipendenze tra confraternite artigiane di diversi paesi.
Certamente gli scarsi e frammentari dati in nostro possesso, non ci hanno permesso di ricostruire un iter preciso della devozione a santa Lucia in Ghilarza, resta comunque la certezza di una devozione radicata e consolidata nel tempo, tanto che, come racconta il Licheri, anticamente molte famiglie per tutta la durata della novena vegliavano nei muristenes, che un tempo esistevano accanto alla chiesa, intonando canti e balli per tutta la notte, mentre i bambini andavano per le case gridando a su trigu de sa Lughia, al quale corrispondeva il dono di fave, ceci, panischeddas ed altre leccornie. Questa devozione è rimasta nel tempo e ancora oggi si può notare, come sia più che mai viva e come i fedeli ghilarzesi partecipino numerosi e devoti alla novena, grazie anche all’impegno ed alla coerenza dell’associazione degli artigiani, che sempre con molto entusiasmo si adoperano per i festeggiamenti, religiosi e civili, che l’ultimo sabato di settembre e il 13 di dicembre si tengono in onore della santa.
Roberto Manca in “Vita Nostra”, n. 46, 22 dicembre 2002
Il culto di S. Antioco ha in Ghilarza radici profonde, la data 1577, riportata su una lastra di pietra, a testimonianza dell’edificazione della chiesa, risulta essere posteriore al primitivo culto del Santo nel paese,infatti, il nome di Antioco in Ghilarza risultava già essere allora il più diffuso.
Fino al 1840 la chiesa risultava alquanto staccata dall’abitato, e perciò era fornita, come negli attuali santuari campestri di muristenes per ospitare i fedeli durante i giorni delle novene ed era inoltre in due lati circondata da loggiati.
Nel 1832 Mons. Bua affido la chiesa al gremio degli artigiani, che in precedenza avevano in affido la chiesa della Maddalena, ormai impraticabile, perché vi mantenessero vivo il culto della stessa Santa. Purtroppo l’unione non ebbe buon fine ed il culto della Maddalena si spense di lì a poco insieme al gremio degli artigiani.
Nel 1873 venne collocato al suo interno l’antico altare della chiesa parrocchiale.
I più significativi cambiamenti avvennero, però nel 1896 quando la chiesa fu allungata includendo in essa i loggiati, vennero costruite due cappelle laterali dedicate a S. Filippo Apostolo e a Nostra Signora della Buona Morte e ne fu invertito l’ingresso da ovest ad est, recuperando con una gradinata il dislivello antistante la nuova entrata
La chiesa di S. Antioco ebbe anche una presenza francescana(cappuccini) intorno al 1698, che ebbe però breve vita. Pare, infatti, che la fondazione del convento francescano si dovesse ad un lascito testamentario di un fedele ghilarzese, insufficiente però, a detta della autorità conventuale, a garantire una dignitosa sussistenza ai frati e perciò la stessa autorità ne ordinò nel 1703 la definitiva soppressione.
S. Antioco conserva due feste aprile ed il primo sabato d’agosto. Vi si celebravano anticamente anche le novene d S. Gaetano e di Nostra Signora della Buona Morte. Tutt’ora nella chiesa, che rappresenta un riferimento “strategico” per la zona alta di Ghilarza viene celebrata settimanalmente la messa festiva.
Oppo Annamaria, settembre 1999
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